Non nutro illusioni verso politici, magnati aziendali, presidenti di università prestigiose, miliardari filantropi, celebrità, membri di famiglie reali o oligarchi. Le loro vite sono immerse in bolle narcisistiche ed edonistiche, dove l’autostima si mescola spesso alla depravazione morale, e la loro empatia per i più vulnerabili è quasi sempre limitata.
Ma mi aspetto molto di più dagli intellettuali, da coloro che hanno costruito la loro reputazione sul rigore morale e sulla lucidità analitica. Noam Chomsky è uno di questi. La sua carriera, il suo pensiero critico e la sua voce contro le ingiustizie globali lo hanno reso un simbolo di integrità intellettuale. Proprio per questo, le recenti rivelazioni sulla sua associazione con Jeffrey Epstein risultano particolarmente sconcertanti e problematiche.
Secondo quanto spiegato da Valéria Chomsky, sua moglie, Noam avrebbe subito un grave ictus nel giugno 2023, e oggi sarebbe incapace di rispondere direttamente alle accuse o di chiarire la sua posizione. Valéria descrive la loro relazione con Epstein come una serie di “cattivi giudizi” e di fiducia ingenua: cene con luminari nella villa di Epstein, viaggi sul jet privato soprannominato “Lolita Express” — un riferimento letterario allo sfruttamento sessuale delle ragazze che Chomsky, noto per la sua cultura critica, avrebbe sicuramente riconosciuto — aiuti finanziari, soggiorni al ranch di Epstein e accesso a uno dei suoi appartamenti a New York. Come accade con molti altri nomi emersi nei fascicoli di Epstein, Valéria sottolinea che loro “non hanno mai assistito a comportamenti inappropriati da parte di Epstein o dei suoi ospiti.”
Oltre a questo, la lettera di Valéria difende alcune azioni di Chomsky, come consigli dati a Epstein su come gestire l’attenzione dei media e persino una lettera di raccomandazione: secondo lei, Epstein avrebbe “approfittato delle critiche pubbliche di Noam verso quella che sarebbe poi diventata nota come ‘cancel culture’ per presentarsi come vittima.” Dopo il secondo arresto di Epstein nel 2019, Valéria ammette che loro due furono “negligenti nel non aver approfondito ulteriormente le sue azioni,” esprimendo infine “solidarietà illimitata con le vittime.”
La lettera di Valéria segue una formula familiare: scuse preventive, giustificazioni, minimizzazioni del ruolo e riaffermazione della solidarietà con le vittime. Eppure, c’è un elemento inquietante che va oltre la mera difesa domestica: la corrispondenza via email tra Epstein e Valéria indica come Chomsky abbia apprezzato i privilegi del circolo esclusivo di Epstein. Questo dettaglio non assolve la responsabilità morale di Chomsky.
Chi conosce Chomsky sa che non è ingenuo. Ha passato decenni a studiare e denunciare la predazione sistemica della classe dirigente, la mercificazione dei vulnerabili e la crudeltà dei potenti. Sapeva, come tutti nell’orbita di Epstein, della natura predatoria di quest’ultimo. La sua adesione a quel circolo, per quanto giustificata come “fiducia” o “cattivo giudizio,” rappresenta una macchia grave, che per molti è imperdonabile. La sua eredità di intellettuale critico e difensore dei diritti umani viene ora messa in discussione dalla sua acquiescenza — o peggio, dalla complicità passiva — in una rete che sfruttava bambini e giovani donne.
Questo episodio porta a una lezione più ampia: la classe dirigente raramente offre privilegi senza aspettarsi qualcosa in cambio. Vicinanza e accesso a questi “vampiri sociali” comportano sempre un prezzo morale. Gli intellettuali, i critici, coloro che hanno il dovere di osservare e denunciare, devono mantenere una distanza etica; socializzare con questi circoli non significa solo comprometterli, ma rischia di corrodere la propria credibilità e integrità.
La vicenda di Chomsky ed Epstein ci ricorda che il potere, l’influenza e la celebrità creano trappole morali: anche chi ha le migliori intenzioni può essere sedotto, manipolato o attratto dai privilegi. Tuttavia, il riconoscimento di questo pericolo e la scelta di non cedere sono ciò che separa l’intellettuale etico dal complice involontario. La storia di Chomsky, dolorosa e controversa, resta un monito: la lucidità morale non è mai garantita dall’intelligenza o dalla fama; va coltivata, protetta e difesa con coerenza anche di fronte alle tentazioni del potere.

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